Marrakech travel diary II

Buongiorno!

E’ da molto tempo che non vi scrivo, ma i progetti di cui vi parlavo a Gennaio da idee si sono trasformate in realtà, si sono concretizzate; non ho avuto, quindi,  la possibilità di scrivervi, ho cercato di aggiornarvi con qualche foto, ma da oggi, sono pronta per raccontarvi tutto.

Dove ci eravamo lasciati? Vi stavo raccontando del mio ultimo viaggio a Marrakech, vi ho parlato dei Riad, ed ora vi descrivo la città magica per eccellenza.

Sapete che il Marocco si chiama così per via del nome Marrakech?

Il nome di Marrakech (o Marrakesh) deriva a sua volta dalle parole tamazight Mur-Akush, questo nome venne assegnato dal suo fondatore Yusuf ibn Tashfin, letteralmente significano “Terra di Dio“; 

Arrivando nella Medina antica si rimane incantati da Piazza Djemaa El Fna, l’emblema di questa città, tanto che l’Unesco  l’ha proclamata nel 2001 “Capolavoro del Patrimonio Orale e Immateriale dell’Umanità”. Calpestare questa piazza è stato per me come entrare in un anfiteatro, in cui tutti i giorni va in scena la vita.

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Tutto ammalia in questo Paese: la musica incrocia svariati suoni, incantando chiunque si trovi in quel luogo;  pensare che il nome di questa piazza significa “raduno dei morti”, questo perché intorno al 1050, i condannati venivano portati in questo luogo per essere giustiziati. I loro capi divelti dal corpo erano lasciati in mostra come memento per gli altri.

Per una sfegatata dello shopping come me il Souk è il reale luogo di perdizione; mi sentivo come Pinocchio mentre entrava nel paese dei Balocchi. Si trova di tutto qui; il mio obiettivo era il kajal, una polvere composta principalmente di galena, malachite ed antimonio, di colore nero o grigio, l’unico trucco che vedete nei miei occhi negli scatti di questo blog.

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Tra tappeti, pane, spezie ed arredamento marocchino, mi fermavo spesso a parlare con magrebini; uno di loro mi ha raccontato, la vera storia del Kajal che, in realtà, veniva utilizzato come protezione dalle infezioni dell’occhio, soprattutto durante le tempeste di sabbia..scurire le palpebre, inoltre, impediva di essere abbagliati dal sole,

Le madri usavano il kajal, anche per abbellire gli occhi dei propri figli nei momenti immediatamente successivi alla nascita: alcuni lo facevano per “rafforzare gli occhi del bambino”, altri per scaramanzia, poiché era diffusa la credenza che il kajal allontanasse dal bambino lo sguardo dell'”occhio del male”.

 

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La Piazza si trasforma, all’imbrunire del tramonto, si può cenare in questa magica atmosfera, degustando cous cous nel tajine, come la tradizione racconta.

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….to be continued…

 

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